Il trucco c'è
Seconda parte
III
Ad agosto andammo in montagna, a Pontresina, nello stesso albergo dove andavamo da dieci anni. Stefania era tornata da Santa Margherita abbronzata e scontrosa, e per i primi tre giorni parlò soltanto con il walkman. Massimo invece era contento. In montagna lo era sempre. La mattina si alzava prima di tutti, scendeva in paese a comprare i giornali italiani, che arrivavano con un giorno di ritardo, e me li portava a letto con il caffè. Il pomeriggio camminavamo fino a un rifugio sopra la Val Roseg, lui davanti con lo zaino e io dietro, e ogni tanto si fermava ad aspettarmi senza dire niente, porgendomi la borraccia. Conosceva il nome di tutte le cime. Me li diceva ogni anno, ogni anno io li dimenticavo, e lui ricominciava da capo senza impazienza.
Una sera, sul balcone, mentre Stefania era giù nella sala della televisione, mi prese la mano. Disse che ero stanca, che lavoravo troppo, che quell'anno mi aveva vista poco. Era vero. Pensava che le sere passate nello studio fossero per le campagne. Gli dissi che sì, era stato un anno pesante. Lui disse che in autunno avremmo potuto prenderci una settimana solo noi due, a Parigi, come quando eravamo giovani. Io dissi che sì, magari.
Era un uomo buono. Lo scrivo perché è vero, e perché quello che successe dopo non ebbe niente a che fare con la sua bontà.
*
Il servizio su Capri era uscito a fine agosto, mentre eravamo in montagna, e lo vidi soltanto al ritorno. Me lo portò in ufficio Cristina e lo posò aperto sulla scrivania di cristallo: L'isola delle donne felici, quattro pagine, e sotto la firma di una giornalista che a Capri non c'era mai stata.
Lo lessi in piedi. Era scritto bene. Cristina, come sempre, aveva trovato invece di costruire: le bouganville, la luce delle sei del mattino che a Capri ha il colore del burro, le ragazze che ridono sugli scogli come se il mondo, per una volta, fosse stato fatto apposta per loro. Nella fotografia più grande c'era la svedese, sulla roccia, in un costume Marisol color corallo. Rideva. Non si vedeva la pelle d'oca, né il fondotinta sulle gambe. Si vedeva una ragazza felice in riva al mare, che è quello che avevo visto anch'io quella mattina, prima che Andrea mi dicesse cosa vedeva lui.
«Ti piace?» chiese Cristina.
«È perfetto» dissi. Ed era vero, e per la prima volta in vita mia la perfezione di un lavoro mi fece male allo stomaco.
L'impaginazione era di Andrea. Lo riconobbi dal bianco: ne lasciava sempre un po' più degli altri intorno alle fotografie, come se le immagini avessero bisogno d'aria. Nel pomeriggio passai dalla stanza in fondo al corridoio e li trovai tutti e due chini sul tavolo luminoso, sulle prove di stampa di un'altra cosa. Cristina diceva qualcosa sottovoce, e Andrea rideva con la risata bassa che gli avevo sentito ad aprile. Mi videro e si raddrizzarono insieme, come due studenti. Fu un movimento piccolissimo. Lo registrai, come registravo tutto, e lo misi nel posto sbagliato: pensai che ridessero di qualche cliente.
Quella sera portai a casa il settimanale e lo lasciai sul tavolo del soggiorno, aperto su Capri. Volevo vedere cosa ne avrebbe fatto qualcuno che non sapeva. Stefania lo sfogliò dopo cena, con le gambe sul bracciolo del divano.
«Che bello» disse. «Ci voglio andare.»
«È tutto finto» dissi.
Alzò gli occhi. «Capri?»
«No. Capri c'è. Il resto.»
Stefania guardò ancora un momento la ragazza svedese, poi voltò pagina. «Vabbè» disse. «Però il costume è bello.»
Il giorno dopo nel quaderno nero scrissi: sapere che è finto non basta. Poi mi accorsi che era la frase di Massimo girata dall'altra parte, e la sottolineai due volte.
*
La proposta di legge fu presentata alla Camera a fine settembre. Si chiamava Norme per l'educazione alla lettura dei messaggi audiovisivi nella scuola dell'obbligo, aveva sei articoli e una relazione di nove pagine che Paola aveva riscritto quattro volte. Nella relazione c'era la dichiarazione di Grünwald, c'era la Finlandia, c'era un insegnante inglese, Len Masterman, che aveva scritto un libro su come si insegna la televisione a scuola, come si insegna la storia o la matematica, con un metodo e un programma. C'era anche una frase di Rosanna Gatti, senza il suo nome: quella del ragazzo di Sesto che aveva detto «ma allora ci prendono in giro».
I testi erano allegati alla proposta. Benussi li aveva fatti stampare da una tipografia di Udine, quattro fascicoli con la copertina grigia, senza fotografie e senza nomi. In fondo a ciascuno c'era scritto soltanto: a cura di un gruppo di lavoro. Me ne arrivò una scatola a casa, un sabato mattina. La aprii sul tavolo della cucina. Toccai le copertine, una per una, come si tocca qualcosa che non si è sicuri di aver fatto. Erano i primi testi della mia vita che non portavano il mio nome, e i primi di cui fossi davvero orgogliosa.
Li misi nel secondo cassetto della scrivania, sotto le bollette, con la cartella di cartone.
*
A ottobre la proposta fu discussa in commissione. Paola mi chiese se volevo andare a sentire, e io presi un giorno di permesso dicendo in agenzia che avevo il dentista, e partii con il treno delle sette.
La sala della commissione, a Montecitorio, era più piccola di come l'avevo immaginata, con un tavolo a ferro di cavallo, le tende pesanti e un odore di carta e di cera. Mi sedetti in fondo, tra il pubblico, che eravamo in quattro. Paola illustrò la proposta. Parlò bene, con calma, con le stesse parole che aveva usato con me nel bar di via Brera: le televisioni private esistono e nessuno vuole spegnerle, ma se si apre il mercato delle immagini bisogna aprire anche la scuola.
Poi parlarono gli altri. Un deputato disse che la scuola italiana aveva ben altri problemi, le aule, gli stipendi, le supplenze, e che non era il momento di aggiungere materie. Un altro disse che erano le famiglie a dover educare i figli, non lo Stato. Un terzo, un uomo anziano con gli occhiali sulla fronte, si tolse gli occhiali, si massaggiò il naso e disse, con un mezzo sorriso:
«Ma scusi, onorevole. Lo sanno tutti che è pubblicità.»
Alcuni risero. Io mi strinsi la borsa sulle ginocchia. Era la frase di Massimo. Detta con la stessa voce, lo stesso affetto stanco con cui si chiude un discorso che non vale la pena di continuare.
Nel pomeriggio fu sentito in audizione un rappresentante delle associazioni degli inserzionisti, un uomo elegante con una cartella di pelle che conoscevo di vista: lo avevo incontrato a un convegno a Santa Margherita. Disse che il settore era favorevole a ogni iniziativa di educazione, naturalmente, ma che l'articolo 6, quello che finanziava la legge con un piccolo contributo sui ricavi della pubblicità televisiva, era una tassa mascherata, e che colpiva proprio quelle televisioni che davano lavoro a migliaia di persone. Poi sorrise alla commissione, e la commissione sorrise a lui.
Tornai a Milano con il treno della sera. Paola mi aveva accompagnata alla stazione e sul binario mi aveva detto: «Non è finita, sono solo all'inizio». Io le avevo creduto. Guardando dal finestrino la pianura buia, pensavo all'uomo con gli occhiali sulla fronte. Lo sanno tutti. Lo sapeva anche la ragazza di Lodi, probabilmente, che il piumino era pubblicità. Lo sapeva Stefania. E non era servito a niente.
La mattina dopo, all'edicola sotto casa, comprai tre quotidiani prima di prendere il tram. Li sfogliai in piedi, alla fermata, con il vento che mi strappava le pagine. Sui primi due, della proposta di Paola non c'era niente. Nel terzo, a pagina nove, c'era un articolo di venti righe intitolato A scuola di spot. Il tono era quello che si usa per le stravaganze: una deputata di un piccolo partito vorrebbe insegnare la pubblicità ai bambini, come se i bambini non la conoscessero già abbastanza. In fondo all'articolo, il giornalista citava la frase dell'uomo con gli occhiali sulla fronte. Lo sanno tutti.
Accanto all'articolo, su tutta la pagina di destra, c'era la pubblicità a colori di una rete televisiva privata, con i volti dei suoi presentatori sorridenti e il programma della stagione.
Non credo che qualcuno avesse deciso di mettere le due cose una accanto all'altra. Credo che fosse un caso. Ma era il tipo di caso che non succede mai dalla parte opposta.
Qualche giorno dopo pranzai con un giornalista che conoscevo da anni, Giulio Ferri, caporedattore di un settimanale di attualità, un uomo ironico e stanco che aveva cominciato nei quotidiani della sera. Gli raccontai della proposta, senza dirgli che c'entravo anch'io. Gli chiesi perché nessuno ne avesse scritto. Lui girò a lungo il cucchiaino nel caffè.
«Non è che qualcuno ti telefona» disse alla fine. «Questa è la cosa che la gente non capisce. Nessuno mi ha mai telefonato per dirmi cosa non scrivere. Non serve. Lo sai da solo. Sai chi compra le pagine, sai chi le compra di più, sai che l'anno prossimo il tuo giornale avrà bisogno di loro. E sai anche che una legge che insegna ai ragazzi a diffidare della pubblicità non piace a chi vive di pubblicità, cioè a noi. Allora la notizia la metti in fondo, la fai corta, la scrivi con un po' di ironia. Oppure non la scrivi. E la sera dormi benissimo, perché nessuno ti ha censurato.»
Mi guardò. «Tu queste cose le sai meglio di me, no? Fai il mestiere dall'altra parte.»
Gli dissi di sì. Pagai io il pranzo, e lui fece finta di protestare. Tornando in agenzia pensai che Giulio aveva descritto esattamente il meccanismo dello spot della merendina, applicato a un giornale. Nessuno dice niente di falso. Si sceglie soltanto cosa mettere in alto, cosa in basso e cosa lasciare fuori, e il resto lo completa chi legge.
*
In quelle settimane Stefania cominciò a tornare tardi il sabato. Non dal Burghy: da un posto di corso Garibaldi di cui non diceva il nome, con un'amica nuova, Marta, che faceva il liceo artistico e che vidi una volta sola, sulla porta di casa, con un cappotto nero da uomo e le unghie dipinte di viola. Mi diede la mano senza guardarmi. Stefania la guardava come si guarda qualcuno che si vorrebbe essere.
Il Moncler lo portava ancora. Ma una sera, a cena, quando Massimo le chiese se il sabato dopo andava al Burghy, lei rispose che il Burghy era per i bambini. Disse proprio così, per i bambini, con la stessa crudeltà tranquilla con cui un anno prima aveva parlato della ragazza di Lodi. Massimo rise. Io pensai che fosse una buona notizia.
Lo pensai davvero. Pensai che stava crescendo, che si stava stancando delle etichette, e una parte di me, quella che di notte scriveva i testi, se ne prese un po' il merito, come se l'aria di quella casa fosse cambiata e lei l'avesse respirata. Non le chiesi niente di Marta, né del posto di corso Garibaldi, né della musica che adesso usciva dalla sua stanza, che non erano più gli Spandau Ballet e che non sapevo riconoscere. Avevo scritto un capitolo intero su come si legge un cambiamento di stile in un gruppo di consumatori. Non mi venne in mente di leggerlo in mia figlia.
Una domenica mattina la trovai in cucina che sfogliava una rivista di moda presa dal mio studio. Si fermò su una pagina, una modella con il trucco scuro e i capelli tirati indietro, e la guardò a lungo.
«Questa chi l'ha fatta?» chiese.
«Un'agenzia di Parigi, credo.»
«No» disse. «Dico: chi ha deciso che doveva essere così.»
Le spiegai come funzionava: il cliente, l'agenzia, il fotografo, il direttore creativo. Ascoltò con la serietà con cui discuteva con il padre. Poi chiuse la rivista.
«Quindi l'ha decisa una come te» disse, e andò a vestirsi.
La presi per una curiosità. Era la prima delle quattro domande, chi mi parla, e me l'aveva fatta mia figlia in cucina, una domenica mattina. Non la riconobbi.
*
A novembre, un sabato sera, uscimmo con gli amici di Massimo. Erano due coppie, colleghi della banca con le mogli, e la serata era cominciata in un ristorante di corso Garibaldi ed era finita, come finivano quelle serate, in un locale lì vicino, con la musica alta e le luci basse e un bancone lungo che prendeva tutta una parete. Massimo parlava di tassi d'interesse con uno dei colleghi. Le mogli parlavano di una vacanza in Kenya. Io tenevo in mano un bicchiere e guardavo la sala.
Li vidi per caso. Erano in fondo, in un angolo vicino alla scala che portava al piano di sotto, mezzi nascosti da una colonna. Andrea e Cristina. Si baciavano. Non come si baciano due colleghi che hanno bevuto un bicchiere di troppo a una festa, né come si baciano due amici per scherzo. Si baciavano come si bacia qualcuno quando il resto della sala non esiste: lei con le mani sul suo viso, lui con una mano nei capelli di lei, a lungo, senza fretta.
Non mi videro. Io rimasi ferma con il bicchiere in mano, dietro le spalle di Massimo che parlava di BOT.
La prima cosa che pensai fu una parola, e mi venne subito, pronta, come se fosse stata lì ad aspettare: bisessuale. Allora Andrea è bisessuale. Mi diede quasi sollievo. Era una spiegazione. Metteva le cose in ordine.
La seconda cosa che pensai fu Capri. La camera con i due letti, la luce del comodino, la finestra sul mare. Il mio corpo davanti a lui, offerto come una prova, perché tanto lui non poteva volerlo. Sentii il caldo salirmi in faccia, così forte che una delle mogli mi chiese se stavo bene. Dissi che c'era troppa gente, che avevo bisogno d'aria. Massimo disse «andiamo, allora», senza smettere di parlare di tassi, e prese i cappotti.
In macchina, mentre lui commentava la serata, io guardavo fuori dal finestrino le luci di viale Monte Grappa e pensavo a Cristina. Aveva avuto anche questo. Io mi ero spogliata davanti a lui per dimostrare di valere quanto lei. Lei non aveva dovuto dimostrare niente.
*
Il lunedì aspettai le sei, quando l'agenzia cominciava a svuotarsi, e andai nella stanza in fondo al corridoio. Andrea era al tavolo luminoso, con una lente in mano, e stava controllando una pellicola. Chiusi la porta.
«Potevi dirmelo» dissi.
Alzò gli occhi dalla lente. «Cosa?»
«Che eri bisessuale. Se me lo avessi detto non avrei mai diviso la camera con te. E non mi sarei mai...» Non finii la frase. Non serviva.
Andrea posò la lente sul vetro. Mi guardò a lungo, come mi aveva guardata a Capri.
«Vi ho visti sabato» dissi. «Te e Cristina.»
«Lo so che ci hai visti. Te lo leggo in faccia da stamattina.» Si appoggiò allo schienale. «Non sono bisessuale, Elena.»
«E allora cosa sei?»
Rimase zitto un momento. Poi disse: «Non sono nemmeno gay.»
Rimasi in piedi in mezzo alla stanza. Lui non si alzò. Mi raccontò tutto con la stessa calma con cui spiegava un'impaginazione, e io lo ascoltai come si ascolta qualcuno che parla di un'altra persona.
Mi disse che a un certo punto della sua vita non aveva più sopportato l'immagine che gli altri avevano di lui. Il grafico bravo, il bel ragazzo, l'uomo da sposare, quello che guadagna tanto, quello che a trent'anni dovrebbe avere una moglie e una casa a Brera. Ogni volta che qualcuno lo guardava, diceva, lo metteva in una casella, e la casella decideva per lui cosa doveva volere, come doveva vestirsi, chi doveva frequentare. Non sapeva chi fosse. Ma sapeva che finché gli altri lo classificavano non lo avrebbe mai scoperto.
Fece una pausa. «Voi lo chiamate target.»
«Ci vuole una vita a conoscersi solo un poco. Dei vecchi si dice che non hanno filtri. Non è vero: hanno perso le insicurezze, perché hanno cominciato a conoscersi.»
«Così sono diventato un'altra cosa» disse. «La più facile. In questo ambiente bastava poco. Una battuta a una cena di Natale, e il resto l'avete fatto voi.»
«Hai visto Tootsie?» mi chiese.
L'avevo visto con Massimo, tre anni prima, in un cinema di corso Vittorio Emanuele. In sala ridevano tutti, e anche noi. Mi ricordavo la fine: lui, senza più la parrucca, che diceva alla ragazza di essere stato un uomo migliore da donna di quanto fosse mai stato da uomo. Allora mi era sembrata una battuta.
«La gente, quando pensa che tu sia fuori gioco, smette di recitare» disse Andrea.
«Come me» dissi.
«Come te.»
«Mi sono spogliata davanti a te.»
«Lo so. Non te l'ho chiesto io.»
«Ma non me l'hai impedito.»
Abbassò gli occhi. «No» disse. «Non te l'ho impedito.» Poi li rialzò. «Ma non ti ho mai detto di essere gay, Elena. Mai. L'ho lasciato credere. A chi ha bisogno di mettere le persone in una casella per stare tranquillo.»
Volevo rispondergli, e non mi veniva niente. Perché nella sua difesa riconobbi una cosa che conoscevo benissimo. Non l'ho mai detto, l'ho lasciato credere. Con tutto il buono del latte. Era la mia frase, la frase di tutto il mio mestiere: non mentire mai, suggerire, e lasciare che sia l'altro a completare. Andrea aveva fatto con se stesso quello che io facevo con le merendine. E io, che quel trucco lo conoscevo meglio di chiunque in quell'agenzia, ci ero cascata come una madre qualunque davanti al televisore.
E c'era un'altra cosa, che mi colpì in quel momento. Se era vero che ci vuole tanto a conoscere se stessi, e che dentro una casella non ci si riesce, i modelli che proponevamo lo rendevano ancora più difficile. Era un effetto del mio lavoro che non avevo mai considerato. Nei miei testi non c'era.
«Cristina lo sa?» chiesi.
Andrea sorrise per la prima volta. «Cristina non me l'ha mai chiesto. È l'unica.»
Uscii senza salutarlo. Nel corridoio, passando davanti al tavolo di Cristina, la vidi al telefono che rideva. Mi fece un cenno con la mano. Glielo restituii.
Nei giorni seguenti lavorammo insieme come se niente fosse. Avevamo una campagna da chiudere per un'acqua minerale, e passammo intere mattine nella sua stanza, chini sul tavolo luminoso, a decidere dove andava la bottiglia e dove la montagna. Lui era gentile, preciso, ironico come sempre. Io ero fredda e precisa come sempre. Nessuno in agenzia si accorse di niente, e questo, più di ogni altra cosa, mi diede la misura di quanto fossimo bravi tutti e due a recitare.
Guardavo Cristina in modo diverso. Prima la guardavo come si guarda una rivale. Adesso la guardavo come si guarda qualcuno che sa una cosa che tu non sai. Lei Andrea non lo aveva mai messo in una casella. Non gli aveva chiesto se fosse gay, né se non lo fosse. Lo aveva guardato, le era piaciuto, e lo aveva baciato. Ed era stata l'unica, in quell'agenzia piena di gente che di mestiere guardava le persone, a vederlo davvero. Avevo passato mesi a invidiarle la bellezza e la leggerezza. Cominciavo a capire che le invidiavo un'altra cosa, e non avevo ancora la parola per dirla.
*
Il mio matrimonio cominciò a finire tre settimane dopo, una domenica sera di dicembre, senza urla.
Eravamo sul divano, davanti alla televisione. Stefania era in camera sua con il walkman. Dopo il telegiornale passò uno spot che avevo scritto io due anni prima, una merendina, un campo di calcio, un bambino stanco a bordo campo, un ragazzo più grande che gli offre la merendina, il gol, l'abbraccio dei compagni. La voce di una madre: «Con tutto il buono del latte».
Massimo rise. «Questo è tuo, vero? Funziona.»
«Funziona perché fa credere una cosa che non è vera» dissi. «Quella merendina non fa segnare nessuno. E di latte ce n'è pochissimo.»
Lui alzò le spalle, con affetto. «Ma dai, Elena. Lo sanno tutti che è pubblicità.»
«Stefania no» dissi.
Massimo mi guardò un momento, senza capire. Poi tornò a guardare lo schermo, dove adesso c'era un uomo che vendeva un'automobile in mezzo al deserto.
In quel silenzio capii che non c'era più niente da dirsi. Non perché lui fosse cattivo, o io fossi cambiata troppo. Parlavamo due lingue diverse, e lui non sentiva il bisogno di imparare la mia. Era quello che avevo sentito a Montecitorio, dall'uomo con gli occhiali sulla fronte. Era il paese, seduto sul mio divano.
Non glielo dissi. Non quella sera. Mi alzai, andai in cucina a lavare due tazze che erano già pulite, e quando tornai lui si era addormentato con il telecomando in mano.
Per tutto dicembre andammo avanti così. Facemmo il Natale dai suoi genitori, aprimmo i regali, ringraziammo. Io la sera restavo nello studio fino a tardi, e quando entravo in camera lui dormiva, o faceva finta. Non ho mai saputo quale delle due. Credo che si fosse accorto di qualcosa e aspettasse che passasse, come si aspetta che passi un'influenza.
Glielo dissi il giorno dopo l'Epifania, in cucina, mentre lui preparava il caffè prima di andare in banca. Non avevo preparato niente. Dissi soltanto che non lo amavo più.
Massimo spense il gas sotto la moka. Restò un momento di spalle.
«C'è un altro?»
«No. Non c'è nessuno.»
«Allora non capisco.»
«Lo so» dissi. «È proprio questo.»
Massimo versò il caffè in due tazze, come ogni mattina, e ne posò una davanti a me. Non lo bevve nessuno dei due.
*
A gennaio andai da sola all'inaugurazione di una mostra in una galleria di via Fiori Chiari, a Brera. Era la prima volta che uscivo la sera senza Massimo, e mi sentivo come una ragazza al primo ballo, ridicola e un po' spaventata. La galleria era piena di gente con il bicchiere in mano che guardava i quadri di spalle.
Cristina arrivò verso le nove, con un uomo che non conoscevo, un architetto con la barba grigia e una sciarpa lunga fino alle ginocchia. Lo teneva sottobraccio e rideva di qualcosa che lui le aveva detto all'orecchio. Io mi irrigidii, istintivamente, e cercai Andrea con gli occhi, come si cerca qualcuno per proteggerlo.
Andrea c'era. Era vicino alla finestra, con un bicchiere di vino, e li aveva visti anche lui, nello stesso momento in cui li avevo visti io. Aspettai di vedergli cambiare la faccia. Non la cambiò. Sorrise, alzò il bicchiere verso di loro, e Cristina attraversò la sala, gli diede un bacio sulla guancia e gli presentò l'architetto. Risero tutti e tre di qualcosa. Poi Cristina e l'architetto andarono a guardare i quadri, e Andrea rimase alla finestra con il suo bicchiere, tranquillo.
Era finita, tra loro, chissà da quanto. Erano stati insieme qualche giorno, si erano divertiti, ed erano rimasti amici. Tutto qui. Il dramma che avevo immaginato per settimane, il tradimento, la rivale, la ferita, non c'era mai stato. C'era stato soltanto nella mia testa, l'unico posto in cui quella storia era stata grave.
Andrea mi vide. Mi fece un cenno con la testa, piccolo, senza sorridere. Io ricambiai.
Uscii presto, e tornai a casa a piedi, lungo via Solferino. Faceva freddo. Pensavo che la mia gelosia non era mai stata per Andrea. Non era nemmeno per Cristina, che avevo messo nella casella della rivale, e non lo era. Era per una cosa che lei aveva e io no, e che non era la bellezza, né gli uomini. Era la libertà di guardare qualcuno senza chiedersi in che casella metterlo.
*
A febbraio lavorammo tre settimane alla campagna della Varenna, che a marzo avrebbe sfilato a Parigi. Erano sere lunghe, in agenzia, dopo che gli altri se n'erano andati: io con i testi, Andrea con le prove, tutti e due nella stanza in fondo al corridoio, perché il tavolo luminoso era lì. Parlavamo di lavoro. Solo di lavoro, per giorni, con una cortesia precisa che a tutti e due costava qualcosa.
Una sera, verso le dieci, Andrea spense il tavolo luminoso e si accese una sigaretta alla finestra. Fuori nevischiava. Disse, senza voltarsi, che tutta l'agenzia sapeva che mi ero separata, e che nessuno aveva il coraggio di chiedermi niente.
«Nemmeno tu» dissi.
«Io meno di tutti. Sono quello che ha detto le bugie.»
«Non le hai dette. Le hai lasciate credere.»
Si voltò. Sorrise appena, come si sorride a qualcuno che ti restituisce una cosa che ti era caduta.
Fu allora che glielo dissi. Non avevo deciso di farlo. Gli raccontai di Paola, del bar di via Brera, di Rosanna e dei suoi ragazzi di Sesto, dei quattro fascicoli grigi con scritto a cura di un gruppo di lavoro. Gli dissi che li avevo scritti io, di notte, per un anno, contro tutto quello che facevamo di giorno in quella stanza. Gli dissi che in agenzia non lo sapeva nessuno, e che a casa non lo aveva mai saputo nemmeno Massimo.
Andrea ascoltò fino alla fine senza interrompermi, con quel suo modo di ascoltare che faceva venire voglia di dire di più. Quando finii, rimase zitto un momento.
«Allora a novembre» disse, «mentre mi facevi la predica, anche tu avevi qualcosa da nascondere.»
«Sì.»
«E non me l'hai detto.»
«No» dissi. «Te l'ho lasciato credere.»
Rise, questa volta davvero, con la testa all'indietro. Poi mi chiese se poteva leggerli.
Il giorno dopo gli portai l'albo per la scuola materna, quello della scatola bianca che si traveste per essere scelta. Era il più corto, e quello di cui mi vergognavo di più, perché era il più semplice. Lo lesse al tavolo luminoso, voltando le pagine con cura, come faceva con le pellicole. Quando arrivò all'ultima, quella in cui il bambino apre la scatola e dentro non c'è niente, si fermò a lungo.
«È la cosa più vera che hai fatto» disse.
«È una scatola vuota.»
«Appunto.»
Me lo restituì. Mentre raccoglievo le mie cose per andarmene, disse che per Parigi l'agenzia aveva prenotato due camere, come sempre. Lo disse guardando le pellicole, con la voce con cui si dà un'informazione di servizio.
«Lo so» dissi.
Non aggiungemmo altro.
IV
Paola telefonò l'ultimo giovedì di febbraio, alle sette di sera. Ero appena rientrata dall'agenzia e avevo ancora il cappotto addosso.
«L'hanno bocciata» disse.
Non chiesi chi. Me lo disse lei, con una voce che non le avevo mai sentito, piatta, come quella di chi legge un elenco. Nessuno l'aveva sostenuta. Nessun gruppo, nessuno escluso, né quelli grandi né quelli piccoli. Anche i deputati che in corridoio le avevano detto che era una bella idea, che bisognava parlarne, che al momento del voto ci sarebbero stati, al momento del voto non c'erano, o c'erano e votavano contro. Le ragioni erano quelle che avevo sentito in commissione: i costi, l'articolo 6, le famiglie, la scuola che ha ben altri problemi. E sotto tutte le ragioni, sempre la stessa, che nessuno aveva bisogno di dire perché la pensavano tutti: tanto lo sanno tutti che è pubblicità.
«E i testi?» chiesi.
«I testi erano allegati alla proposta» disse Paola. «Finiscono con lei.»
Non c'era altro da dire. I quattro fascicoli grigi sarebbero finiti in un archivio della Camera, insieme a migliaia di altre proposte che nessuno avrebbe mai più aperto. Le scatole che Benussi aveva fatto stampare, centinaia di copie pronte per le scuole, sarebbero rimaste in un magazzino di Udine, e poi da qualche altra parte, e poi da nessuna parte. Nessun insegnante le avrebbe usate. Nessun ragazzo di Sesto avrebbe detto «ma allora ci prendono in giro», a parte quelli di Rosanna, che lo avevano già detto.
Il giorno dopo cercai la notizia sui giornali, come avevo cercato quella della proposta in ottobre. Su due quotidiani non c'era. Sul terzo c'erano sei righe a pagina quattordici, in una colonna di notizie brevi dal Parlamento, tra un decreto sulle quote latte e una nomina in un ente pubblico: la commissione aveva respinto la proposta di legge sull'educazione ai messaggi audiovisivi. Non c'era il nome di Paola. Non c'era scritto cosa prevedesse la legge, né perché fosse stata respinta. Sotto le sei righe, a piena pagina, la pubblicità di un'automobile.
Il telegiornale della sera non ne parlò. Non me lo aspettavo, ma lo guardai lo stesso, fino alla fine, fino alle previsioni del tempo. Pensai che una legge sull'informazione era morta senza che l'informazione se ne accorgesse. E pensai a Giulio Ferri e al suo cucchiaino nel caffè. Nessuno aveva telefonato a nessuno. Non serviva.
Paola mi disse che Benussi le aveva scritto due righe da Udine, pochi giorni prima del voto, come se se lo aspettasse. Sua figlia stava un po' meglio. Dei soldi non si pentiva. Avrebbe preferito che servissero.
Dopo che riattaccammo rimasi seduta nell'ingresso con il cappotto addosso. Sul mobile c'era un libro che Paola mi aveva mandato a Natale, comprato durante un viaggio a New York: lo aveva scritto un professore americano, Neil Postman, ed era uscito da pochi mesi. Lo avevo letto nelle notti di gennaio, quando non dormivo. Postman diceva che ci eravamo preoccupati per decenni del futuro sbagliato. Avevamo avuto paura di un mondo come quello di Orwell, in cui il potere nasconde la verità e proibisce i libri. Il pericolo vero era il mondo di Huxley, in cui nessuno ha bisogno di proibire niente, perché nessuno ha più voglia di leggere, e la verità annega in un mare di cose irrilevanti e divertenti. Non ci avrebbero oppressi, ci avrebbero intrattenuti.
Quella sera mi sembrò che il Parlamento avesse votato su Postman. E che avesse scelto Huxley, all'unanimità.
*
Stefania era in cucina. La sentii prima di vederla: una musica che non conoscevo, chitarre sporche e una voce che urlava in inglese, da un mangianastri appoggiato sul tavolo.
Entrai, e per un momento non la riconobbi. Aveva i capelli rasati su un lato, sopra l'orecchio, e il resto tinto di nero. Portava un giubbotto di pelle che non le avevo comprato io, troppo grande per lei, con qualche borchia sul colletto, e ai piedi un paio di anfibi. Il Moncler era appallottolato su una sedia, come una cosa da buttare.
Stava mangiando una mela, appoggiata al frigorifero, e mi guardava. Aspettava. Sapeva benissimo cosa stava aspettando.
Io guardai i capelli, il giubbotto, gli anfibi. Guardai tutto, come guardavo una campagna nella prima riunione, e vidi quello che vedevo sempre: una divisa. Una divisa diversa, contraria, nemica di quella di prima, ma una divisa. Con i suoi simboli, i suoi negozi, i suoi dischi, le sue parole per dire chi è dentro e chi è fuori. Stefania era uscita da una casella per entrare in un'altra, ed era convinta di essere libera. Era il trucco di Andrea, visto dall'altra parte.
«Anche questa è una divisa» dissi.
Stefania diede un morso alla mela. Masticò con calma. Poi indicò con il mento il piumino sulla sedia.
«Il Moncler me l'avevi venduto tu» disse. «Questo no.»
Non risposi. Non c'era niente da rispondere, perché aveva ragione. Non le avevo venduto il Moncler, quello no: per quel marchio non avevo mai lavorato. Ma le avevo venduto il resto: il desiderio di averlo, la paura di non averlo, la ragazza in mezzo alla piazza che nessuno vede finché non si mette il piumino giusto. Se non ce l'hai, non ci sei. Mia figlia l'aveva capito. Non dai miei testi, che non aveva mai letto e che adesso non avrebbe letto nessuno. L'aveva capito da sola, come aveva capito da sola la mia frase, un anno prima, a cena. E la prima persona a cui aveva applicato il metodo ero io.
Stefania buttò il torsolo nella pattumiera, prese il mangianastri e andò in camera sua. Io rimasi in cucina a guardare il piumino sulla sedia. Poi lo presi, lo piegai, e lo misi nell'armadio dell'ingresso. Non so perché. Forse perché era l'ultima cosa di quella casa che portasse il mio lavoro addosso.
Quella notte decisi di lasciare l'agenzia. Non lo dissi a nessuno. Avevo un ultimo lavoro da fare, a Parigi, la settimana dopo, e decisi di farlo bene. Poi basta.
*
A Parigi ci andammo i primi di marzo, per la settimana del prêt-à-porter, al seguito della Varenna, una casa di moda milanese che quell'anno sfilava per la prima volta in Francia e ci aveva affidato tutta la campagna della collezione. Eravamo io, Andrea e due ragazzi dell'ufficio stampa. Cristina era rimasta a Milano: aveva un uomo nuovo, un fotografo di Torino, e non le andava di partire.
Le sfilate si tenevano sotto grandi tende bianche montate nel cortile del Louvre. Il pomeriggio della Varenna passai tre ore dietro le quinte, in un corridoio di teli e cavi elettrici, tra le modelle sedute in fila davanti agli specchi illuminati, i parrucchieri, le truccatrici, i vestiti appesi agli stender con il nome della ragazza scritto su un pezzo di nastro adesivo. Una sarta stringeva con gli spilli la schiena di un abito di seta perché sul davanti cadesse perfetto. Un fotografo chiedeva a una ragazza di sedici anni di guardarlo come se lo odiasse. Una truccatrice disegnava a una modella zigomi che non aveva.
Alla fine della sfilata la responsabile delle relazioni esterne della Varenna, una signora elegante con i capelli grigi tagliati a caschetto, mi prese sottobraccio e mi portò in un angolo, tra due stender. Voleva farmi vedere il piano per le riviste. Su un foglio dattiloscritto c'erano i nomi di cinque mensili di moda, tre italiani e due francesi, e accanto a ciascuno un numero di pagine comprate per la primavera: otto, dodici, sei. In fondo, a penna, aveva scritto i nomi delle giornaliste che sedevano in prima fila.
«Le recensioni saranno buone» mi disse, sorridendo, come si dice che domani farà bel tempo. «Quest'anno abbiamo investito molto.»
In prima fila, infatti, c'erano tutte. Una di loro, una giornalista milanese che conoscevo da anni, teneva sulle ginocchia una borsa della Varenna che le era stata regalata quella mattina, e prendeva appunti su un taccuino con la copertina della Varenna. Dieci giorni dopo, in Italia, avrei letto la sua recensione: una collezione coraggiosa, femminile, piena di luce. Non c'era una parola falsa. Era solo scritta da qualcuno che non poteva scrivere altro.
Pensai all'inchiesta sulle merendine che non era mai uscita, un anno prima, e alle dodici pagine della Dolciaria. Era la stessa cosa, con la seta al posto dello zucchero.
Non presi appunti. Non avevo più il quaderno nero, era rimasto a casa, nel secondo cassetto, con i testi che nessuno avrebbe letto. Ma non ne avevo bisogno. Vedevo tutto, e lo vedevo senza fatica, come si legge una lingua che si è imparata bene. Ogni spillo, ogni luce, ogni sguardo chiesto a comando. Era la fabbrica delle immagini delle donne, la più grande e la più bella del mondo, e io ci stavo dentro per l'ultima volta, e per la prima volta la vedevo intera.
Quando le modelle uscirono in passerella, sotto le luci, erano perfette. Nessuno in sala vide gli spilli.
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L'agenzia ci aveva prenotato due camere in un albergo di Saint-Germain, una piccola casa del Seicento con le scale strette e la moquette rossa. Arrivai prima di Andrea, che si era fermato al Louvre a ritirare le fotografie della sfilata.
Alla reception c'era una ragazza con gli occhiali che parlava un italiano lento e gentile. Mi diede le due chiavi. Io ne presi una e le restituii l'altra.
«La camera della signora Sironi non serve» dissi. «Dorme con il signor Lazzari.»
La ragazza non fece una piega. Era Parigi, ed era la settimana della moda. In agenzia, se lo avessero saputo, non si sarebbe stupito nessuno: per tutti Andrea era ancora gay, e per tutti io ero ancora la direttrice creativa che non si toglie la giacca in riunione. La maschera di Andrea copriva anche me. Pensai che era la prima volta che ne ero contenta.
Salii in camera. Era piccola, con un letto grande, un armadio di legno scuro e una finestra sui tetti. Pioveva. Mi sedetti sul bordo del letto e aspettai.
Andrea arrivò un'ora dopo, con una busta di fotografie sotto il braccio e i capelli bagnati. Aveva chiesto la sua chiave alla reception, e la ragazza con gli occhiali gli aveva detto quello che le avevo detto io. Lo capii da come aprì la porta: piano, senza sorpresa.
Non disse niente. Non mi chiese niente. Posò la busta delle fotografie sul tavolino, tolse dalla poltrona la sua borsa e la mise nell'armadio, spostò le sue cose da una parte della mensola del bagno. Mi fece posto. Poi si tolse la giacca bagnata, la appese alla maniglia della finestra, e si sedette sulla poltrona, di fronte a me.
Per un po' non parlammo. Lui aprì la busta e sparse le fotografie della sfilata sul copriletto, accanto a me, come faceva sul tavolo luminoso in agenzia. Le guardammo insieme. Le modelle in passerella, perfette, con gli abiti della Varenna che sotto le luci sembravano non pesare niente. Andrea ne prese una e me la passò, una ragazza bionda fermata a metà di un passo, con lo sguardo dritto davanti a sé.
«Guarda» disse. «Cosa vedi?»
Era la domanda di Capri. Questa volta guardai a lungo prima di rispondere. Vedevo la ragazza, e vedevo gli spilli dietro la sua schiena, che nella fotografia non c'erano. Vedevo la truccatrice che le aveva disegnato gli zigomi, e il fotografo che le aveva chiesto di odiarlo, e la signora con i capelli grigi con il suo foglio dattiloscritto. Vedevo la persona, non il target.
«Vedo una ragazza che sta pensando al treno per tornare a casa» dissi.
Andrea rise, piano. Raccolse le fotografie, le rimise nella busta e la posò sul tavolino. Poi tornò a sedersi sulla poltrona, di fronte a me.
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La pioggia batteva sui vetri. Dalla strada saliva il rumore delle macchine sul selciato bagnato e, ogni tanto, una voce. La luce era quella della lampada sul comodino, gialla, bassa.
Mi alzai e mi spogliai davanti a lui.
Non davanti alla finestra, questa volta. Non piano, per farmi guardare, né in fretta, per farla finita. Mi spogliai come ci si spoglia la sera in una stanza, con le mani che sanno cosa fare. Non c'era nessuna Cristina da qualche parte, con nessun ragazzo. Non c'era nessuna gara. Non c'era nessuna casella che mi proteggesse: sapevo chi era l'uomo che avevo davanti, e lui sapeva che lo sapevo.
Andrea mi guardò. Come a Capri, a lungo, senza muoversi. Ma questa volta io lo guardavo a mia volta, e non distolsi gli occhi.
Poi mi fece una domanda. La fece piano, senza ironia, come si fa una domanda di cui si vuole davvero sapere la risposta. Era la prima delle mie domande, la più vecchia, quella che avevo fatto per vent'anni ai clienti e che avevo scritto per i bambini sotto lo spot della merendina. Chi mi parla, e cosa vuole.
«Lo fai per essere ammirata?»
«No» dissi.
Non aggiunsi altro. Non c'era bisogno. Per la prima volta in vita mia avevo detto una frase intera, senza lasciare a nessuno il compito di completarla.
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In agenzia non tornai più.